Dell'archivio sterminato di Barillari, anche se meno conosciute, si amano però da subito, istintivamente, le istantanee di vita quotidiana che scelgono l'aspetto più dimesso e commuovente della gente alla quale il fotografo si rivolge sottovoce, con profonda adesione sentimentale. L'immagine dei barboni e della miseria dei campi nomadi, la pausa sonnacchiosa dell'operaio (imparentato con il gatto della Piramide Cestia nell'ozio del Ferragosto romano), così come il dopolavoro delle sartine di Piazza di Spagna offrono senza dubbio alcune tra le prove migliori di questo instancabile lavoro di ricerca umana, che mette a nudo, senza compiacimenti, effetti emozionali o didascalici, l'anima stessa della città e dei suoi abitanti. Compresi quelli ormai reietti dalla società, come i carcerati di Rebibbia o gli ultimi arrestati le cui immagini forniscono un documento umano colmo di dolore ma anche di grande pietà.